parole dell'umano

Vocazione

di Giacomo Biffi

Dobbiamo perciò partire alla ricerca di Cristo; vale a dire, alla ricerca di colui che è il significato dell’universo, il senso e il centro della nostra vita. Trovare Cristo, vuol dire trovare anche noi: vuol dire conoscere la ragione del nostro esistere, la scopo del nostro agire, il nostro stesso destino.

Una cosa qui bisogna che sia chiara: noi non potremmo nemmeno sperare di trovare il Signore Gesù, se non ci avesse già cercato lui per primo; anzi, se egli non fosse sempre in atto di cercarci: “Io sto alla porta e busso”, ci ha detto lui stesso. E ha aggiunto: “Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20).

Il mistero della nostra chiamata

Noi siamo cercati dall’eternità. Siamo stati “chiamati”, ci dice la parola di Dio. È la “vocazione”: una delle parole-chiave del Vangelo (cioè della “buona notizia”), che come tutte le parole troppo usate corre il pericolo di essere banalizzata.

Essa esprime l’avvenimento primordiale della nostra avventura: cioè il fatto che Cristo, chiamandoci per volontà del Padre all’esistenza, ci ha invitati alla sua festa di nozze, che è la festa della vita, la festa della gioia, la festa d’amore delle Tre Persone divine.

Se esistiamo, vuol dire che siamo stati voluti; vuol dire che siamo stati preferiti noi tra gli infiniti esseri possibili che non sono stati realizzati. Questo è il principio della felicità, ma bisogna capirlo bene.

Sentirsi scelti è una delle esperienze umane più liete e gratificanti; mentre il vedersi disattesi e trascurati è spesso la vena segreta da cui zampillano le nostre tristezze. Pensate a un giovane che ha fatto inutilmente centinaia di domande di assunzione, e vede che tutti gli passano avanti: solo quando arriva una risposta positiva gli ritorna il gusto di vivere. Pensate a una ragazza che a una festa si accorge che nessuno si interessa di lei; è depressa, malinconica, intristita, ma se un ragazzo le si avvicina e la invita a ballare con lui, il suo volto si illumina e la vita le ritorna a sorridere.

Ebbene – deve dire ciascuno di noi – il Signore mi ha voluto, mi ha scelto, mi ha invitato ad esistere. Nessun pensiero è più inebriante di questo. A ben comprenderlo, ci fa superare ogni motivo di amarezza e ogni delusione che possiamo incontrare. Il Signore mi ha preferito nella sterminata folla delle creature che sono state lasciate nel niente. Ha preferito me, e non so perché; o meglio, non c’è nessun perché che non sia il mistero del suo amore.

Mi ha designato non solo a esistere, ma a essere conforme a lui e innestato in lui, assimilato alla sua condizione di figlio del Padre e partecipe della sua stessa eredità. Questa è la fortuna splendente della mia “vocazione”, che mi consente di vivere nella serenità e nella letizia, anche se devo camminare in mezzo ai turbamenti e alle tristezze della terra.

L’esistenza come “risposta”

Non siamo venuti al mondo per caso, ma come il risultato di una chiamata personale. Ma allora dobbiamo “rispondere”: questo è il significato della nostra esistenza.

Sta qui la differenza rilevante e primaria tra la visione dell’uomo che c’è nel non credente e quella che c’è nel credente (e ciascuno di noi porta nel suo mondo interiore un po’ dell’una e un po’ dell’altra). Nella prima visione uno si convince di essere più che altro un problema, un interrogativo, una “domanda” (una domanda talvolta complicata, talvolta perfino angosciosa; e quasi sempre una domanda senza risposta). Nella seconda visione uno capisce di essere essenzialmente e, per così dire, costitutivamente non tanto o almeno non solo una domanda, ma anche e soprattutto una “risposta”: la risposta a colui che dall’eternità ci ha convocati.

Ed è proprio la stessa “chiamata dall’alto” a metterci in grado di dare la risposta giusta. Noi possiamo aspirare a conoscere, perché dall’eternità siamo stati conosciuti. Noi amiamo – e non è possibile vivere senza amore – perché dall’eternità siamo stati amati. Noi cerchiamo la Verità, la Giustizia, la Bellezza – e il nostro cuore è inquieto finché non la trova – perché colui che è la Verità, la Bellezza, la Giustizia in assoluto, per primo ha cercato noi e ci ha già raggiunto.


Dall’intervento di S.E. Card. Giacomo Biffi in occasione della XVII Giornata Mondiale della Gioventù, sabato 23 marzo 2001

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