esperienze

Alba

Imparare a credere

Scuola di teologia per giovani e adulti

“Imparare  a credere” è un nuovo progetto che la diocesi di Alba sta mettendo in atto in collaborazione con la pastorale giovanile. Si tratta di un itinerario di formazione/reintroduzione al Cristianesimo, che si assume il compito di ridire la fede cristiana oggi, per reimparare a credere a Gesù Cristo nel contesto del mondo odierno. In tal senso si situa appieno nella linea del prossimo tema del Convegno ecclesiale di Firenze.

Lo scopo primario è quello di ridare al laicato criteri adeguati e strumenti accessibili per vivere la fede nel quotidiano e per un approccio personale e comunitario alla Scrittura che sia maturo ed equilibrato. Solo tramite questa consapevolezza potrà accadere, in un secondo momento, che tra i partecipanti di “imparare a credere” emerga qualcuno che, per vocazione propria, maturi la scelta di un impegno ecclesiale più diretto come operatore pastorale.

Destinatari

Sono tutti coloro che desiderano riscoprire, o scoprire per la prima volta, l’annuncio evangelico nella sua capacità di dare forma concreta alla propria vita[1]. La proposta, in tal senso, è aperta a tutti, ma con particolare attenzione alla fascia di età compresa tra i 20 e i 40 anni.

Dopo il primo anno di attività, gli iscritti sono circa 250, la cui metà rientra nella fascia di età sopra menzionata.

Stile

La scuola si svolge a livello vicariale, affinché si radichi meglio all’interno dei diversi contesti delle otto vicarie della diocesi. I temi e l’impostazione sono comuni, preparati di anno in anno da un équipe composta da preti e laici. Questo lavoro di preparazione si sta rivelando già prezioso in se stesso, prima ancora della scuola in senso proprio, perché è un’occasione di forte maturazione per chi si sta impegnando (in modo del tutto volontario!) nella programmazione e dà all’iniziativa una direzione chiaramente ecclesiale e non clericale.

Le lezioni non vogliono essere conferenze frontali, ma si alternano momenti più “scolastici” a laboratori biblici e a confronti di gruppo, con modalità di incontro che aiutino a respirare un’esperienza viva di gruppo, di spiritualità e di chiesa.

Contenuto

Affinché l’ottica non sia “ecclesiastica”, ma più nuova e coraggiosa, la direzione dei contenuti è stata pensata sulla linea della rilevanza umana della fede (antropologia teologica) e della sua reinterpretazione alla luce della cultura attuale[2].

Mantenendo dunque la centralità di Gesù, il sentire odierno esige che ci si muova prima di tutto a livello antropologico. Il vangelo è rivolto ad un uomo che c’è, che ha delle domande, che non dà più per scontata la fede, né tantomeno il posto e il senso dell’esperienza religiosa nella sua vita.

A partire da questa esigenza ineludibile, l’itinerario viene pensato secondo una triplice scansione:

  • Primo anno: la dimensione umana della fede. Si approfondisce il senso umano della coscienza e delle sue relazioni (corpo, affetti, alterità, mondo) in rapporto alla tecnica, alla scienza, alla società consumistica (questo è il nostro interlocutore effettivo con cui è necessario confrontarsi), per riguadagnare la percezione di Dio dentro le esperienze elementari della vita (nascere, gioire, soffrire, generare, amare, abitare, invocare, morire, fare comunione). Il momento biblico sviluppa una lettura ordinata dell’Antico Testamento che mette in evidenza come il racconto scritturistico narri della presenza di Dio nelle comuni parole ed esperienze dell’umano in quanto tali (creazione, sapienza, storia di Israele).
  • Secondo anno: la fede singolare di Gesù, il Figlio di Dio. Si parte dalla narrazione evangelica dell’evento di Cristo come fondamento dell’umanità degli uomini (creazione in Cristo): incarnazione, annuncio del Regno, morte e risurrezione, dono dello Spirito, fino al significato proprio della speranza cristiana (conformazione a Cristo per risorgere). Si pone particolare attenzione all’umanità di Gesù, agli affetti del Figlio di Dio come declinazione fondamentale dell’incarnazione e della sua concretezza.
  • Terzo anno: la chiesa che nasce dalla fede. A partire dalla narrazione di Atti e delle lettere del Nuovo Testamento si recupera il senso originario dell’esistenza della chiesa, nel suo fondamento teologico (Parola, Sacramento, Ministero), nella sua determinazione concreta (chiesa universale/locale, sinodalità), nella sua dimensione missionaria (vangelo e cultura, presenza e visibilità della chiesa nel mondo di oggi).

Questo ritmo ternario permette di cogliere che l’esperienza cristiana è un unico tema sintetico, impossibile da frammentare in discorsi separati. L’unico tema della fede viene così affrontato ogni volta da una prospettiva diversa, distinta ma non separabile: dal punto di vista della sua qualità universalmente umana (primo anno), dal punto di vista del suo fondamento cristologico (secondo anno), dal punto di vista della sua attuazione ecclesiale a servizio della testimonianza. Inoltre, attraverso questo itinerario si intende dare corpo e senso agli articoli tradizionali del Credo apostolico: il significato della paternità di Dio e del suo essere creatore, il Figlio unigenito generato, lo Spirito che dà la vita e la chiesa che vi scaturisce diventandone la testimonianza a favore di tutti.


[1] Assai indicativa, a riguardo, è questa provocazione che ci ha aiutato fin dall’inizio nell’impostazione della scuola: “Non c’è altra strada dell’annuncio del Vangelo ai giovani se non questa: una risposta umana che risvegli una apertura al Solo che è all’altezza del nostro desiderio. L’allontanamento dal ‘religioso’ messo in atto dai giovani non sembra essere dunque un allontanamento da una ricerca spirituale. Sembra invece un avvicinamento a una vita umana abitata dallo Spirito. Il compito dello Spirito Santo, proprio quello di Gesù, è d’altronde questo: non quello di spiritualizzarci, né tantomeno di renderci religiosi, ma di umanizzarci, di dare figura alla nostra umanità nella forma della vita buona e per questo eterna di Gesù: una vita da figli e fratelli” (Castegnaro – Dal piaz – Biemmi,  Fuori dal recinto. Giovani, fede, chiesa: uno sguardo diverso, Ancora, Milano 2013).

[2] In effetti, a 50 anni dal Vaticano II, riteniamo che sia questo il modo più adeguato per onorarne la recezione in termini di evangelizzazione, recuperando con forza la prospettiva pastorale presente fin dal discorso di apertura di Giovanni XXIII che, ben al di là di un semplice aggiornamento ecclesiastico, invita ad una ricomprensione della rivelazione stessa alla luce dei suoi destinatari. Questa linea, per altro, ritornerà con forza nella Gaudium et Spes e nel discorso di chiusura di Paolo VI, con l’intento di consegnarla alla responsabilità ecclesiale della successiva epoca post-conciliare che è la nostra.

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