ragioni dell'umano

«Ecce homo». Ri-conoscere l’umano nell’età della tecnica

di Duilio Albarello

Nella nostra epoca, un’impresa cruciale per la cultura pubblica e per la fede cristiana consiste nel «ri-conoscere l’umano». I tre significati che possiamo attribuire a questa espressione – decifrare, comprendere, con-sentire – corrispondono ad un triplice compito, che siamo chiamati ad affrontare nell’ambito di quello che potremmo chiamare il “Tecnoevo”, ossia l’età della tecnica.

Decifrare l’umano, ovvero cogliere quando e come l’umano si dà, comporta di ripensare la correlazione tra natura e cultura, o meglio tra datità e creatività. L’identità non è mai in via esclusiva un dato precostituito per l’uomo, bensì piuttosto è per lui un compito, che chiama in causa la libertà, da intendersi come l’attuazione di sé nel tempo e in relazione. La configurazione dell’identità è presieduta dalla libertà in quanto connotata dalla relazione costitutiva con le molteplici forme concrete, che la coscienza personale non produce a partire da sé, ma trova come condizione effettiva del suo determinarsi: esse possono essere paradigmaticamente polarizzate sulla relazione a sé nel proprio corpo, agli altri soggetti liberi, all’ambiente cosmologico.

Proprio il carattere concreto della libertà esige di comprendere di nuovo e soprattutto in modo nuovo l’essere umano. Occorre trovare un paradigma inedito, il quale richiede in particolare di superare una concezione meramente strumentale ed estrinseca della tecnica. Il fatto che oggi la macchina possa potenziare e addirittura sostituire l’uomo, la rende non più solo uno strumento, ma la costituisce in un certo modo come partner dell’uomo stesso. Ciò domanda di attivare un discernimento critico, che permetta di chiarire a quali condizioni la concretezza tecnologica possa essere ancora posta in correlazione alla coscienza personale, in modo che la libertà rimanga centro di riferimento, evitando di ricadere in nuovi dualismi, non meno perniciosi degli antichi.

Infine, l’impegno di elaborare un inedito paradigma antropologico ci fa intuire che per decifrare e comprendere quando e come l’umano appare, non è sufficiente un ragionamento corretto, così come non è sufficiente un esperimento esatto. Per poter affermare «ecce homo», di fronte ad un soggetto che si presenta, è indispensabile un sapere altro, che si lascia intravedere nella modalità del con-sentire: un misto di apertura, di empatia, di accoglienza, di reciprocità. Occorre trovare una posizione di esistenza, che renda possibile un riconoscimento di questo tipo e quindi permetta anche la spartizione di un nuovo senso condiviso dell’essere uomo e dell’essere donna, superando l’individualismo autoreferenziale tipico della nostra epoca. A questo livello, si rivela il potenziale formidabile della salvezza evangelica, che non invita alla ricerca autocentrata e infine frustrante del proprio vero “Io”, ma interpella a condividere «lo stesso sentire di Gesù Cristo» (Filippesi 2, 5), ossia a riprendere creativamente il giusto senso di agape donato dal Figlio.


Abstract dell’intervento al Convegno di studio sul tema La tecnica e il senso. Oltre l’uomo? (Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, Milano, 24 febbraio 2015.

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