ragioni dell'umano

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La politica di fronte alle sfide del postumano

di Francesco Occhetta

Le categorie dell’umanesimo europeo, che hanno posto la persona al centro dell’agire politico, non sono più una condizione «pre-politica» accolta dalle forze politiche. Temi come l’inizio e la fine della vita, il gender e la gestione politica dei farmaci per il miglioramento delle prestazioni cognitive, sono disciplinati a colpi di sentenze della magistratura mentre il Parlamento non riesce a trovare argomentazioni e soluzioni condivise.

Il primo grande equivoco è confondere le cause con le conseguenze… e in questa trappola è caduto anche poche settimane fa Gustavo Zagrebelsky, che ha pubblicato una riflessione sui rischi e i limiti che politicamente (e non solo!) si corre quando il “fare” prevale sul “pensare”, i “mezzi” prevalgono sui “fini” e la “tecnica” sulla “politica”.

«Viviamo un tempo esecutivo. “L’esecutivo” vorrebbe tutto. “Il legislativo” e “il giudiziario” dovrebbero essere nulla. Se vogliono contare qualcosa, sono d’impiccio. (…) L’esecutivo deve “tirare diritto” alla meta, cioè deve “fare”, deve “lavorare” (e più non domandare). Il legislativo e il giudiziario, se non “si adeguano”, costringono a rallentamenti, deviazioni, ripensamenti, fermate: cose che sarebbero normali e necessarie, nel tempo degli equilibri costituzionali; che sono invece anomalie dannose, nel tempo esecutivo».

La posizione accenna alle conseguenze, ma non accenna alla causa!

Ripartiamo da una domanda: perché le piazze sono assopite e ignorano le riforme istituzionali o altri temi di questo tipo ma si risvegliano sui temi che toccano il soggettivismo giuridico?

Lo premettevamo all’inizio: temi come l’inizio e la fine della vita, il gender e la gestione politica dei farmaci per il miglioramento delle prestazioni cognitive, il rapporto uomo/tecnica sono disciplinati a colpi di sentenze della magistratura, mentre il Parlamento non riesce a trovare argomentazioni e soluzioni condivise.

A provocare la politica è l’antropologia del postumanesimo secondo cui la tecnologia, più che la scienza, ha distrutto l’idea di una natura immutabile dell’uomo, rendendo l’essere umano un essere capace di essere modificato.

Regredisce la nozione di persona che è per i costituenti l’uomo che in relazione ad altri entra nella vita della società e diventa persona.
L’umanesimo politico e antropologico non sono più una condizione «pre-politica» accolta dalle forze politiche.

Natura e cultura hanno divorziato e l’uomo non lo riusciamo a definire univocamente…

Quello che nella storia era un dato acquisito oggi sembra essere svincolato dalla costituzione biologica della persona; il dato, secondo alcuni, dipende da un costrutto culturale che include di volta in volta i diritti rivendicati e pretesi dal singolo soggetto.

Ecco la tesi che si sta diffondendo: maschi e femmine si nasce, uomini o donne si diventaLo dimostra un video australiano che ha scosso l’Australia e bloccato il suo Parlamento. Come regolare questo fenomeno?

I diritti di non discriminazione lasciano il posto al diritto soggettivo basato sull’autodeterminazione in materia di gender. È il soggettivismo giuridico che propone di tutelare il “diritto umano ad abortire”, ecc.
Non è un caso che Facebook presenti circa 35 opzioni diverse di identità sessuale da scegliere.

Quello che nella storia era un dato acquisito oggi sembra essere svincolato dalla costituzione biologica della persona.

Può essere riconosciuto un diritto alla morte e la facoltà di decidere come e quando porre fine all’esistenza umana?

Il cambio antropologico. Agli inizi degli anni Ottanta il Times esce con un titolo Man of the Year. Le qualità del vincitore: è giovane, affidabile, silenzioso, pulito e intelligente. È bravo con i numeri e insegnerà o intratterrà i bambini senza un lamento. Era l’elogio a un computer e non a una persona. L’umanità doveva riconoscere la sua sconfitta.

È l’umano che lascia spazio al postumano.

Quello che il movimento postumano contesta in maniera decisa è l’esistenza di un’idea di umano e di umanità che sia immutabile.
Salta l’universalità dei diritti. Siamo oltre il pensiero di Habermas, Rawls, Mcintayre ed altri filosofi della politica…

La tecnologia, più che la scienza, agli occhi dei postumanisti, ha distrutto l’idea di una natura immutabile dell’uomo, rendendo l’essere umano un essere malleabile e capace di essere modificato a piacimento. È questo il punto che cambia la condizione umana in una condizione postumana.

Così l’imperativo morale, nel postumanesimo, diviene: «Devi farti carico della tua costituzione biologica modificandola a tuo piacimento».

Se tutto questo è vero allora come riscrivere la domanda morale sul senso della vita e sulla dignità dell’uomo?

Anzitutto la Chiesa, per rispondere a domande sul senso della vita nell’era postumana, invita a «rifondare i valori» tra credenti e non credenti per governare la tecnica e tutelare la persona.

Di fronte a tanti artefatti tecnici che avanzano, Paolo Benanti si è chiesto: di fronte al poter fare tante cose possiamo fare tutto quello che possiamo? How much is too much? Quanto è troppo? Quale è  limite?

Ma la dottrina sociale della Chiesa, e ancora di più la vita di fede vissuta pensata e condivisa, ci deve invitare a spostare la domanda.
La tecnologia non è un dato di fatto ma è frutto di un processo umano. Il problema guardando alla tecnologia è che è una risposta strutturata nel tempo nella realtà La tecnologia non è un elemento neutro da limitare nel suo indirizzo, perché ci pone in questione la nostra interpretazione della realtà.

Se guardiamo il mondo con il mirino del fucile ci ricorda Paolo Benanti, questo ci impone di distinguere la realtà tra amici e visione. La tecnologia muta la visione del mondo ma allo stesso tempo lo cambia…

La tecnica è sempre un in-divenire per l’uomo…

Noi non siamo chiamati primariamente a porci la domanda “How much is too much?” (Quanto è troppo?), ma dobbiamo chiederci: “Why”, perchè?

Paolo Benanti si chiede: “Perché in un contesto di scarsità di risorse noi stiamo orientando il progresso tecnologico verso prodotti che andranno a prendere di mira pochi per farli stare meglio e stiamo ignorando i bisogno di tanti? Perché l’ultima frontiera tecnologica è una pillola che fa aumentare le prestazioni ai più ricchi rampolli delle università americane e la ricerca sull’Aids non interessa più?”

Il primo contributo da portare è chiederci il perché di fronte alle tecnologie: dal progresso che ci definisce al ruolo attivo di orientamento del progresso stesso, quello che la Chiesa definisce sviluppo umano.

Sembra molto importante l’intuizione della necessità di creare organismi o istituzioni che garantiscano la governance delle tecnologie per l’enhancement. Solo realizzando dei luoghi istituzionali dove queste forme di dialogo etico e di regolamentazione delle biotecnologie possano avvenire si potrà affrontare una reale ricerca oggettiva del bene. Solo se le riflessioni e il confronto per un discernimento etico trovano una struttura politica che abbia realmente il potere di gestire l’enhancement si può pensare a far fronte e gestire, secondo una sincera e oggettiva ricerca del bene, la complessità del mondo tecnologico con tutte le problematiche a questo connesse. L’alternativa, nella migliore delle ipotesi, è formulare proposte o valutazioni che si risolvano in un flatus vocis privo di efficacia storica.

La gestione della tecnica-tecnologia e il suo sviluppo in un prossimo futuro richiede, quindi, una gestione di tipo politico-economico. Per questo tipo di gestione si è soliti parlare di governance, un termine che si riferisce all’esistenza di un nuovo modo di organizzare e amministrare territori e popolazioni.

Come credenti la governance indica la necessaria cura, che tanto come singoli quanto come gruppi organizzati, dobbiamo avere perché quella forma di progresso costituita dall’innovazione biotecnologica contribuisca a generare un autentico sviluppo umano, cioè sia indirizzata alla tutela e allo ricerca del bene comune.

La governance dello sviluppo si presenta, per i significati che questo termine assume, come l’attuazione possibile e la corretta prassi di governo, frutto di quelle analisi etiche sul mondo della tecnica-tecnologia radicate nella Dottrina Sociale della Chiesa, che anima la riflessione ecclesiale nell’ambito dell’azione intramondana del credente. In particolare la governance della tecnica-tecnologia diviene, a motivo dell’attenzione alla persona umana che la costituisce, lo strumento con cui garantire che l’innovazione tecnologica non arrivi ad assumere quelle forme disumanizzanti prospettate da forme di pensiero estremo come il post-umanesimo e trans-umanesimo. La governance è lo spazio ove le considerazioni antropologiche ed etiche, in un mutuo scambio e dialogo, devono divenire forze efficaci per plasmare e guidare l’innovazione tecnologica, rendendola autentica fonte di sviluppo umano. Questo spazio di azione politico-economico, che costituisce la governance della tecnica-tecnologia, si presenta allora come un appello obbligante alle coscienze: portare frutti nella carità per la vita del mondo si deve tradurre, quindi, nell’impegno per una governance della tecnica-tecnologia.

È evidente, per la natura stessa dell’innovazione tecnologica, che una governance sarà efficace solo se si configura come momento di dialogo e confronto tra le diverse competenze fornite dalle scienze empiriche, dalla filosofia, dalla teologia, dalle analisi moral-teologiche e da ogni altra forma di sapere umano coinvolto nei fenomeni descritti.

In particolare il ruolo della riflessione moral-teologica in questo processo di governance, come emerso nelle considerazioni fatte, sta non tanto nell’individuare direttamente soluzioni tecniche ai vari problemi ma nel rendere presente, nel dibattito, la domanda critica sul senso dell’umano che l’innovazione tecnologica media e sulle modalità che possano garantire uno sviluppo umano autentico. Inoltre la riflessione moral-teologica, forte di quei principii cardine che animano la Dottrina Sociale della Chiesa potrà contribuire a realizzare una governance della tecnica-tecnologia che sia capace di tutelare la dignità della persona umana.

Quindi come credenti il compito primo è quello di abitare i luoghi civili di gestione dell’innovazione orientandola verso forme sempre maggiormente umane, essendo presenti e fornendo argomentazioni efficaci nel dibattito pubblico che a questa innovazione soggiace.

È un cammino di senso e non di scopo, un cammino di ricerca di senso che ci fa stare insieme e ci fa condividere il valore “umano in quanto umano” perché condiviso da tutti. Ecco il senso della laicità. E le domande di senso sono le domande di discernimento! Il postumanesimo ci impone questo salto di qualità.
È per questo che la rete delle esperienze buone deve sognare, pensare, progettare e fare insieme.


Questa riflessione è elaborata a partire dall’articolo di Francesco Occhetta S.I., Paolo Benanti T.O.R., La politica di fronte alle sfide del postumanesimo, in « La Civiltà Cattolica », Quaderno N° 3954 (21/03/2015). Link: http://www.laciviltacattolica.it/it/quaderni/articolo/3567/la-politica-di-fronte-alle-sfide-del-postumano/

Fonte: http://www.francescoocchetta.it/wordpress/?p=60115

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