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Jean Paul Hernandez

Trasfigurare, intervento di Jean-Paul Hernandez

Il teologo Hernandez: il «suo» sguardo per riscoprire la vera umanità

«Quando ero novizio, 23 anni fa, venne un giorno in noviziato il provinciale dei gesuiti d’Italia. Era la sua visita ufficiale. La prima volta che incontravo un provinciale. Volle parlare a quattr’occhi con ciascuno di noi e la prima cosa che mi chiese fu: «Sei contento, Jean-Paul?». Io gli risposi di sì ma gli dissi anche che una cosa mi rendeva triste: facevo sempre gli stessi peccati che facevo prima di entrare in noviziato. Ero entrato in noviziato per diventare santo e invece vedevo che non cambiavo». Il racconto è quello di Jean Paul Hernandez, cappellano all’Università della Sapienza e docente di teologia alla Gregoriana, a cui ieri è toccato riflettere sul ‘trasfigurare’. Simpatico e commovente il ricordo del suo dialogo con il superiore. Il padre provinciale gli rispose: «Jean-Paul, lo sappiamo che non sei un santo. Ma i peccati sono quelle maniglie che il Signore usa per abbracciarti meglio. Se tu fossi perfetto, saresti come un cilindro di alluminio e le mani del Signore scivolerebbero senza riuscire a prenderti. Invece egli ti afferra proprio dai peccati e non ti molla». Parole determinanti. «Quel giorno – ha spiegato ieri il teologo – vidi la trasfigurazione dei miei peccati. E di tutta la mia vita». Molti anni dopo, padre Hernandez ha avuto l’opportunità di studiare che la parola «metamorfosis» – cioè «trasfigurazione» – significa «al di là della forma», oppure «oltre la forma». E ciò, ha spiegato, si può interpretare in due modi: come «cambiamento di forma» o come «andare oltre alla forma». «Credo che questi due significati di Trasfigurazione messi insieme – ha ribadito il cappellano universitario – descrivano il cuore della Pasqua e del mistero cristiano. In effetti corrispondono perfettamente al rapporto che intercorre fra croce e Risurrezione: il Risorto è diverso dal Crocifisso, è stato trasformato, ha subito un cambiamento, dalla morte è passato alla vita». Dall’altro lato, la Risurrezione illumina tutta la Passione e permette di riscoprirla con occhi nuovi. La Risurrezione «trasfigura» in realtà non solo la Croce ma tutta la vita di Gesù. «Il Creato, la storia, Gesù, la sua Passione – ha sottolineato ancora il gesuita – sono visti con occhi nuovi cosicché questi occhi ‘trasfigurati’ possano continuare a guardare il mondo trasformandolo». «Mi occupo da tanti anni di studenti universitari. È un’età affascinante – ha concluso – perché è l’età delle grandi scoperte e delle grandi scelte. E sto notando in questi anni che la scoperta più bella in questa età è la profondità di ogni dimensione dell’umano. Cioè il fatto che ogni dimensione è un incontro con Cristo. Credo che questa circolarità sia il nuovo umanesimo».

da Avvenire, 11 novembre 2015

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