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Audacia di Dio (Centro ROM • Avezzano) Avezzano

Audacia di Dio

Centro Rom

C’è un popolo sempre in testa nelle tristi classifiche dell’intolleranza. Un popolo per il quale emarginazione, rifiuto, pregiudizio sono parole a senso unico: gli Zingari, nome pronunciato con disprezzo e riferito indistintamente a Rom, Sinti, Camminanti. Un popolo variegato, ancora troppo ai margini anche nelle nostre comunità cristiane, per molte delle quali un cammino pastorale con gli  zingari è vita al confine.

Questa, invece è la storia di una trasmissione della fede che si fa amicizia, nella condivisione delle gioie e delle sofferenze, una «convivialità delle differenze» che la Chiesa diocesana di Avezzano ha scelto di costruire trentacinque anni fa insieme alla comunità di Rom Abruzzesi sedentarizzati in città dal secondo dopo guerra. “Abruzzesi” , perché giunti a Penne, direttamente dalla Grecia, nel XV secolo. Per tradizione, i rom abruzzesi praticano l’allevamento e il commercio del bestiame e si sono sedentarizzati prima rispetto agli altri in Italia, abbandonando il nomadismo.

Storia

Nel 1975 la Diocesi di Avezzano, attraverso la Caritas – appena costituitasi – decise avviare un percorso di conoscenza con i rom che vivevano in città. Era forte l’eco del discorso pronunciato da Paolo VI il 25 settembre del 1965 a Pomezia, dove, lui stesso pellegrino accompagnato dai Padri Conciliari, si recò per visitare solennemente gli zingari pellegrini convenuti da tutta Europa, ai quali rivolse queste parole: «Voi nella Chiesa non siete ai margini, ma sotto certi aspetti, siete al centro, voi siete nel cuore della Chiesa». Dalla conoscenza, all’amicizia e da qui l’intuizione: la fondazione di un’associazione cittadina, mista di Rom e Gaggè (non zingari), per un cammino al di fuori dell’assistenza, del rifiuto o dell’assimilazione; una associazione che riconoscesse il valore e la dignità delle persone e del popolo che essi rappresentavano. Il Centro Socio Culturale Rom della Comunità Zingara di Avezzano  nacque  il 10 dicembre del 1978, in occasione del 30° Anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Quel giorno – ci piace pensare – si è spezzato il muro allegorico che teneva separata la comunità sedentarizzata da tre generazioni, ma esclusa da ogni contesto cittadino culturale, sociale e religioso. Le attività svolte nei primi quindici anni furono essenzialmente di promozione sociale e di evangelizzazione, vissute nello stile della missione e della prossimità, incoraggiate dalle sollecitazioni di Giovanni Paolo II: «La Chiesa, com’è al servizio della famiglia umana, così nei confronti degli Zingari è desiderosa che troviate ovunque e soprattutto presso quelli che portano il nome di cristiani, un’accoglienza degna di Cristo, cioè caratterizzata dalla comprensione, dal rispetto per la vostra identità, dalla cura per la vostra dignità, dal dialogo amichevole» (Discorso alla Pontificia Commissione per la Pastorale delle Migrazioni, 1980) . Ma sono stati anche anni di uno studio intenso della cultura, della storia e della lingua dei Rom, attraverso la partecipazione a studi sociologi e linguistici.

Campo d’intervento

Trasmissione della Fede e Carità. 

Frutti sul territorio

Gli Zingari esprimono una certezza di fede sentita e vissuta,  perché la loro dimensione religiosa è forte. Ma la diversità dei Rom ha interpellato la Chiesa diocesana e universale e il suo modo di evangelizzare. Accompagnata e supportata dall’Ufficio Nazionale per la Pastorale dei Rom e dei Sinti, espressione della Migrantes, la Chiesa dei Marsi ha cercato e vissuto un cammino pastorale tra i Rom provocando innanzitutto la coscienza della comunità diocesana, perché l’annuncio del Vangelo non fosse solo da singoli portatori della Parola, ma da parte di tutta la comunità cristiana. Questa esperienza pastorale ha voluto diventare credibile nell’annuncio della buona notizia mettendo gli Zingari in contatto con la “fede testimoniata” dalla comunità diocesana, che si è resa così comunità di speranza. Per questo ai momenti dell’annuncio di Cristo, vivo e presente, come salvezza integrale nella vita e nella storia degli uomini (predicazione, catechesi, preparazione ai sacramenti) sono stati affiancati momenti integrativi dell’evangelizzazione: quelli nel vasto campo della giustizia, della carità e della promozione umana. Il diritto alla casa  – testimonianza quotidiana e personale che era possibile e bello avere i rom come vicini di casa -, il diritto all’istruzione – l’azione di sensibilizzazione e promozione del bilinguismo  (italiano / romanés)  come strumento non soltanto per la comprensione delle difficoltà incontrate a scuola dai bambini e dai ragazzi rom, ma anche come supporto indispensabile per la costruzione della dimensione multi-culturale necessaria all’integrazione. Oggi tutti i ragazzi Rom in età scolare frequentano con profitto la scuola dell’obbligo e si impegnano con energia e buoni risultati anche nell’istruzione secondaria di secondo grado.

Il cammino pastorale e umano segnato ha reso le comunità parrocchiali sempre più capaci di accogliere ed amare i Rom con la dignità di figli di Dio. La ricchezza dei sacramenti, vissuti e preparati all’interno delle parrocchie, confermano che è possibile guardare i Rom con occhi nuovi, sempre vigili a riconoscere i germogli che lo Spirito Santo ha posto in loro e che sono d’esempio per tutti: l’unità della famiglia, nucleo indissolubile della società, la dedizione verso i più piccoli, il rispetto per gli anziani, accuditi e sostenuti sempre in casa.

Tutta la comunità diocesana è stata interpellata dalla gioia vissuta per il Beato Zefferino Jimenez Malla (El Pelè), Rom spagnolo, Martire del Rosario durante la rivoluzione franchista, quando è stato innalzato alla Gloria degli Altari. A lui è intitolata oggi, nel quartiere dove tradizionalmente abitavano i Rom, una piazza. E con orgoglio la nostra diocesi e il nostro il Vescovo, Mons. Pietro, sin da subito vicino nel suo apostolato alla  comunità dei Rom di Avezzano, hanno guidato nel 2011 il Pellegrinaggio dei Rom e dei Sinti d’Italia e d’Europa, al Santuario del Divino Amore di Roma, all’interno del quale è stato dedicato uno spazio aperto allo zingaro beato.

Criticità

L’accesso al mondo del lavoro è uno dei temi sui quali la comunità diocesana è oggi più di ieri chiamata a confrontarsi,  in un clima tutt’altro che disteso e positivo. La lunga e difficile transizione tra scuola e lavoro, l’incertezza di poter accedere ad un impiego e la precarietà dell’occupazione sono piaghe attuali che coinvolgono ormai tutte le fasce generazionali e sociali.  Ma se la situazione è difficile per tutti, lo è maggiormente per i gruppi minoritari, già lontani, prima della crisi globale, dal mondo del lavoro. Per loro si rende ancora più necessario individuare strategie e progetti di inclusione occupazionale, che non soltanto gli restituiscano la dignità di cittadini anche perché lavoratori, ma li allontanino dalle tortuose e avvinghianti strade dell’illegalità.

Prospettive

«Siate per gli zingari il volto accogliente e gioioso della Chiesa […] oggi che è quanto mai necessario elaborare nuovi approcci in ambito civile, culturale e sociale per far fronte alle sfide che emergono da forme moderne di persecuzione, di oppressione e, talvolta, anche di schiavitù» (Papa Francesco, Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti).

Nella primavera 2013, dopo un percorso di progettazione partecipata tra giovani adulti rom e volontari, la Chiesa diocesana di Avezzano, nella continuità del proprio operato per il sostegno del diritto al lavoro della popolazione dei Rom abruzzesi residenti nella Marsica, e nella convinzione che l’impresa sociale sia la risposta efficace per l’inserimento dei soggetti fragili nell’economia del mercato occupazionale,  ha promosso la costituzione della Cooperativa sociale La Buona strada, di cui si sono resi soci fondatori sette rappresentanti delle tre famiglie allargate e dei sessantacinque nuclei della comunità Rom cittadina. È forte oggi nei membri della comunità zingara cittadina il desiderio di sentirsi cittadini, non soltanto perché custodi e portatori di un patrimonio culturale diverso, ricco  e affascinante, ma anche perché lavoratori.

Riflessioni conclusive

«Quest’audacia di Dio deve continuare ad investire e sostenere le nostre gambe, per farci uscire fuori dalle mura, continuando a costruire ponti, altari e strade […] incarnando l’incontro esperienziale con Cristo e il confronto con la società contemporanea» (Mons. Pietro Santoro, Pane non coriandoli, 2012).

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