contributi

L’umanesimo? È essere vicini

a cura di Aurelio Molè e Aurora Nicosia

Il cammino della Chiesa italiana verso il convegno di novembre, a cui le diverse comunità si stanno preparando. Approfondimenti e testimonianze raccolte dalla rivista Città Nuova.

Si parla molto di rom e sinti. Spesso a sproposito. Solo per cavalcare l’onda emotiva della cronaca a fini elettorali e quasi mai per affrontare l’emarginazione, il disagio, l’inserimento nella città. In controtendenza è l’esperienza della diocesi di Avezzano, in Abruzzo. È una storia di annuncio della fede, di amicizia, di condivisione di gioie e sofferenze. Da 35 anni la comunità cristiana vive con una comunità di rom sedentarizzati in città dal secondo dopoguerra. Giunti a Penne, direttamente dalla Grecia, nel XV secolo, i rom abruzzesi praticavano l’allevamento e il commercio del bestiame e si sono sedentarizzati prima rispetto agli altri in Italia, abbandonando il nomadismo. 68 famiglie oggi abitano nei vari quartieri della città. Morelli, Spada e Di Silvio sono i tre cognomi rom più diffusi di Avezzano.

«È un monito – spiega Lidia Di Pietro, volontaria – per l’esperienza di oggi. I campi nomadi diventano solo elementi di disgregazione e si è costretti a sgomberare in continuazione. I rom diventano dei disadattati e degli esclusi che si rifugiano nell’alcol e nella tossicodipendenza. Purtroppo il cognome e l’aspetto fisico creano ancora dei pregiudizi». La scelta della diocesi di Avezzano è stata di accompagnarli con la catechesi e momenti integrativi dell’evangelizzazione come il diritto alla casa, all’istruzione, «non per assimilarli alla nostra identità – dice Massimiliano Defoglio, volontario –, ma per renderli partecipi della società in cui vivono». Una delle ultime iniziative è stato il Vangelo itinerante. «Andavamo nelle case – spiega Lidia Di Pietro – per leggere il Vangelo con loro e accolgono la Parola in maniera sentita e rispettosa. La consegna è stata di leggere ogni sera un passo del Vangelo e se non si è in grado di leggere, recitare una preghiera durante i pasti». Non tutte le famiglie hanno abbandonato l’illegalità e la criticità è l’accesso al mondo del lavoro. Nel 2013 è nata una cooperativa sociale con sette soci rom che curano il verde pubblico e privato. È l’intera comunità di Avezzano che si occupa dell’inserimento di una comunità minoritaria.

È una delle centinaia di testimonianze che possiamo trovare sul sito del convegno di Firenze.

Prossimità, partecipazione, sollecitudine, gratuità, coralità. Questi sono alcuni dei modi in cui le chiese locali, diocesi, associazioni e movimenti cercano di rispondere alle sfide poste dal nostro tempo. Sfide che il documento di preparazione al Convegno ecclesiale di Firenze del prossimo novembre analizza a fondo e a cui, già in questa fase, cerca di dare risposte cogliendole dal vissuto quotidiano di quanti – cristiani e non solo, e non da soli – si imbattono nelle tante criticità che l’uomo di oggi vive e affronta. Non è casuale la scelta del titolo del convegno stesso: “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”. Essa si inserisce in un percorso ultradecennale che la Chiesa italiana vive, a partire dai convegni precedenti che hanno segnato tappe importanti del suo cammino.

È presente ancora il ricordo dell’assise di Verona, nel 2006, che aveva il titolo: “Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo”, con l’obiettivo di «chiamare i cattolici italiani a testimoniare, con uno stile credibile di vita, Cristo risorto come la novità capace di rispondere alle attese e alle speranze più profonde degli uomini d’oggi», come venne spiegato nel benvenuto a Benedetto XVI. In quell’occasione il papa, nel suo intervento, aveva sottolineato, tra l’altro, come per il fatto stesso che Gesù avesse ritenuto fatto a sé quanto fatto ai suoi fratelli più piccoli (cfr Mt 25,40), «l’autenticità della nostra adesione a Cristo» potesse essere verificata «specialmente nell’amore e nella sollecitudine concreta per i più deboli e i più poveri, per chi si trova in maggior pericolo e in più grave difficoltà». Atteggiamenti questi che non costituivano solo un auspicio, ma che, anche se con sempre nuove possibilità di sviluppo, erano già, secondo papa Ratzinger, una tradizione della Chiesa in Italia, in grado di farsi «carico delle molte forme di nuove povertà, morali e materiali, attraverso la Caritas, il volontariato sociale, l’opera spesso nascosta di tante parrocchie, comunità religiose, associazioni e gruppi, singole persone mosse dall’amore di Cristo e dei fratelli».

Di “conversione pastorale” si era parlato a Palermo nel 1995 al terzo convegno della Chiesa italiana il cui titolo, “Il Vangelo della carità per una nuova società in Italia, era declinato in cinque ambiti: cultura e comunicazione sociale, impegno sociale e politico, amore preferenziale per i poveri, famiglia, giovani. «Il nostro non è il tempo della semplice conservazione dell’esistente, ma della missione», aveva detto Giovanni Paolo II. Fu in quel contesto che nacque il “progetto culturale” della Chiesa italiana, il tentativo, cioè, di sviluppare la complementarietà tra la pastorale ordinaria, la vita e il lavoro quotidiano delle comunità da una parte, e la dimensione culturale e intellettuale dall’altra. Un commento di padre Bartolomeo Sorge, spiegava bene questo passaggio. Al “cattolico spiritualista” e al “cattolico presenzialista” – affermava il teologo gesuita – il convegno di Palermo «ha preferito, senza esitare, la figura del cattolico inculturato, preoccupato cioè di mantenere limpida la propria identità di fede, ma incarnandola nella storia, condividendo i problemi, le lotte e le speranze degli uomini d’oggi».

Le attese, le speranze, i bisogni, i drammi degli uomini di ogni tempo: questo è dunque al centro dei diversi convegni e quindi anche di quello di Firenze. In realtà un tale tema è al centro della vita della Chiesa da sempre, come ci ricorda il Vangelo stesso e come sostengono diversi documenti, dalla Gaudium et spes di Paolo VI all’Evangelii gaudium di papa Francesco, passando per la Redemptor hominis, in cui Giovanni Paolo II affermava che l’uomo «è la prima e fondamentale via della Chiesa» (cfr. Redemptor hominis III, 14).

In questo solco va letto dunque anche il tema scelto per Firenze, anche se non pochi sottolineano la necessità di ridare nuovo senso alla parola stessa “umanesimo” (vedi il contributo di Piero Coda nelle pagine seguenti). Nel testo di preparazione al convegno, a un tale termine vengono affiancate quattro precise caratteristiche: si parla di un umanesimo “in ascolto”, “concreto”, “plurale e integrale”, “d’interiorità e trascendenza”. «Per evitare il rischio di teorie prescrittive e astratte – si legge – la raccomandazione condivisa è di partire dall’ascolto del vissuto: una via, questa, capace di riconoscere la bellezza dell’umano “in atto”, pur senza ignorarne i limiti». E più avanti si parla del «metodo eucaristico dei pani moltiplicati», applicando il quale «si arriva ben aldilà di quel che si pensava di compiere con le risorse a disposizione», passando dal condividere il senso di fragilità e la rassegnazione che attanagliano gli uomini di oggi al gettare «semi di speranza». E ancora, viene raccomandato di sentirsi «ciascuno custode del fratello», di cercare sinergie tra comunità educative e istituzioni civili «in vista del bene comune». Senza dimenticare che il rapporto con Dio è «una risorsa di umanizzazione che la Chiesa non può tralasciare».

Anche per questo le pagine della spiritualità della rivista offriranno a partire da questo numero, fino al convegno, contributi di riflessione strettamente legati ai temi del convegno stesso.


CONTRIBUTI

» Intervista a mons. Nunzio Galantinoa cura di Aurelio Molè
» Uscire è dinamismo, di Jesús Morán
» Annunciare, coi fatti, di Hubertus Blaumeiser
» Abitare come prendersi cura, di Elena Granata
» Educare, un progetto di alleanza, di Patrizia Bertoncello
» Un’azione che “trasfigura”, di Maria Voce

» Interventi nella rubrica Se posso, di Piero Coda

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